Comune di Cupramontana

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IL VINO A CUPRAMONTANA: CENNI STORICI

Il vino a Cupramontana

Già nei secoli dell’epoca romana (IV a.C-IV d.C.) nel territorio dell’antica Cupra Montana si coltivava la vite. Ne sono testimonianza lo stesso toponimo, Cupra, che evoca una divinità inerente alla fecondità della terra, e un bassorilievo della stessa epoca, putto e cornucopia con uva e altri frutti.

Nonostante le devastazioni seguite all’epoca barbarica (V-VII secolo), le vigne sono attestate in contrada Rovegliano in un atto di donazione,redatto l’11 dicembre 907, a favore dell’abbazia di S. Eutizio in Campli presso Norcia, fatto dall’ex-imperatrice Ageltruda, figlia del principe di Benevento, moglie di Guido di Spoleto re d’Italia e imperatore, di una sua curtis, di sicura origine longobarda.

Con la consistente presenza dei monaci dal IX al XIII secolo in tutto il territorio, l’agricoltura e di conseguenza la coltivazione della vite di accrebbero notevolmente sia nei pressi dei monasteri che nei terreni di tutta la zona.

 

LA NASCITA DEL VERDICCHIO

Grappolo d'uva

Il primo Catasto del 1471 attesta che su 1010 ettari allibrati, il 59%, 596 ettari erano terra campiva, coltivata cioè cereali; 87,7 costituivano boschi e selve per legna da ardere e 85,7 di prato per allevamento del bestiame; 46,7 ettari erano coltivati a vigna e 41 ettari ad olivo.

Tutti i proprietari, piccoli e grandi, diversificavano le colture per produrre il necessario e tutti così avevano terra campiva, terra vignata e terra olivata.

Tra i proprietari troviamo due famiglie provenienti dalla Lombardia, quelle di Pasino Lombardo e di Liombordo, che avevano piccole proprietà, nessuna di esse superava le 300 canne (circa 4.850 mq) intensamente coltivate a vigna.

Non sappiamo se queste due famiglie abbiano fatto parte di quel consistente numero di Lombardi che nel 1471-74 risposero all’invito fatto dal Comune di Jesi per venire ad occupare case vuote ed terreni abbandonati causa di una pestilenza che aveva decimato non solo il castello di Santa Maria Nuova ma intere zone della valle dell’Esino.

A questi Lombardi e Veneti, agricoltori, artigiani, piccoli imprenditori, che trovarono casa non solo nella città ma si sparsero in tutti i castelli del contado, si deve con tutta probabilità l’introduzione del vitigno chiamato, dalle prime decadi del Cinquecento, con il nome di verdicchio.

 

'500 TERRA ARBORATA CUM LA VITE

Alberi

Situazione analoga, anzi in crescendo, si trova nei catasti del Cinquecento e del Seicento quando si registrano ulteriori «terre vignate» nella campagna cuprense con la precisazione di «terra arborata cum lavite»: una tecnica di coltura, vite maritata con l’acero campestre, detto volgarmente «arbulu», annotata nelle contrade di Barchio-Esinante e di Alvareto nel catasto del 1544, una tecnica che andò progressivamente affermandosi dal Cinquecento in poi.

Conviveva allora il verdicchio con altri vitigni contribuendo all’abbondanza di vino che si registrava nel territorio nel Settecento e nell’Ottocento.
Solo tra la fine di questo secolo e gli inizi del Novecento ci si cominciò a specializzare nella piantumazione estensiva del vitigno verdicchio constatando come il vino prodot to fosse di grande qualità e pregio.

In tempi recenti analisi genetiche hanno evidenziato una parentelamolto stretta tra il verdicchio e il Trebbiano di Soave (Verona), risultato probabile dell’introduzione in zona dovuta ai Lombardi di fine Quattrocento.

Comunque il verdicchio è ormai considerato un vitigno autoctono avendo assorbito ed assimilato le caratteristiche geomorfologiche e le condizioni microclimatiche del nostro territorio in maniera unica con un prodotto non replicabile.

 

1939: CAPITALE DEL VERDICCHIO

1939: Cupramontana Capitale del Verdicchio

 

Nel 1939 Cupramontana fu giustamente chiamata per la prima volta “capitale del verdicchio” per la sua ormai consolidata tradizione enologica, rafforzata dalla Sagra dell’Uva iniziata nel 1928 e soprattutto dalla passione che i viticultori mettevano nella coltivazione della vite e nella cura della vinificazione.

Tutte le contrade del territorio riuscivano ad esprimere un prodotto inconfondibile a seconda della specificità dei terreni e della esposizione solare.

Soprattutto le contrade di S. Michele, Valle, Colonara, Carpaneto, Paganello, Posserra, Salerna, Mandriole, per l’esposizione solare Follonica, San Marco, Pietrone per la composizione dei terreni.

Ogni contrada attualmente, con i suoi estesi vigneti e con il sapiente intervento di agricoltori che sanno coniugare la tradizione con le innovazioni colturali, riesce a produrre un verdicchio che pur mantenendo la sua individualità organolettica esprime anche la “stigma” della contrada stessa.

Un pregio, un valore aggiunto, di cui l’intero territorio comunale va orgoglioso e del quale Cupramontana non può non fregiarsi.

La conferma viene dai crescenti riconoscimenti e lusinghieri risultati che le numerose del territorio riescono a conseguire, non disattendendo il suo essere stata storicamente e il suo essere ancora “capitale del verdicchio”.